Cavalcare un trend.

Guardando i mercati in retrospettiva, possiamo individuare alcuni “trend”, che diventano riconoscibili solo quando sono già consolidati (o finiti). 

 

Per “trend” si intende quando il mercato effettua un movimento importante e duraturo al rialzo (o al ribasso). 

 

Come fu quello dell’oro negli anni ‘70.

L’oro fece un movimento decisamente importante e duraturo che lo fece spiccare rispetto ad altri strumenti finanziari (in quel periodo l’indice del dollaro si indeboliva gradualmente e l’azionario aveva un andamento sostanzialmente laterale). 

 

Ti ricordo che investire in oro (da parte degli investitori privati) era vietato negli Usa tra il 1933 e il 1974.

In quel periodo, infatti, negli Usa vigeva il “gold standard”. 

 

In sostanza, gli Stati Uniti promettevano di garantire, a tutti coloro che erano in possesso di dollari, la convertibilità delle loro banconote in oro e argento ad un valore prefissato. 

 

Quel valore fu di 35 dollari per 1 oncia d’oro (circa 31 grammi), fino a quando nel 1971 il presidente americano Nixon mise fine al gold standard. 

 

Da quel momento, l’oro non aveva più “le catene” della convertibilità in dollari e il suo prezzo fu libero di muoversi. 

 

Non era mica scontato che il suo prezzo si muovesse al rialzo, anzi diversi analisti dell’epoca pensavano che l’ancoraggio con il dollaro sostenesse il prezzo dell’oro e che nel momento in cui questa àncora fosse venuta meno, l’oro sarebbe sprofondato. 

 

Certo, a posteriori sappiamo che una concomitanza di fattori aiutò l’oro nella sua ripida salita. In primis, la debolezza del dollaro, che tra il 1973 e il 1979 si deprezzò di circa il 20%. 

 

Inoltre, sul finire degli anni ‘70 (quando la salita dell’oro divenne parabolica) ci furono eventi geopolitici che misero il metallo prezioso sotto i riflettori, come l’invasione dell’Afghanistan da parte della Russia e l’occupazione dell’ambasciata statunitense in Iran. 

 

A un certo punto, però, tutti i trend finiscono e così anche quello dell’oro. 

 

Il suo trend rialzista raggiunse l’apice tra il 1980 e il 1981, quando l’inflazione in Usa aveva raggiunto la doppia cifra percentuale e alla quale la FED (presieduta da Paul Volcker) rispose con forti rialzi dei tassi d’interesse (che per un periodo arrivarono addirittura al 21,5%). 

 

Come sappiamo, dopo quel decennio “d’oro”, il metallo prezioso rimase sostanzialmente al palo per più di 20 anni e solo durante la crisi finanziaria del 2008 è tornato a superare i massimi degli anni ‘70. 

 

L’oro non è l’unico esempio di “trend” decennale.

 

Nell’immagine puoi vedere un’elaborazione di Alpine Macro di quelli che sono stati i trend d’investimento dagli anni ‘60 ad oggi (vengono messi in scala per poterli confrontare).

C’è l’oro negli anni ‘70, ma prima le azioniNifty Fifty” negli anni ’60, poi l’indice giapponese Nikkei negli anni ‘80, il petrolio negli anni ‘90 , il Nasdaq negli anni 2000 ed infine le FAANG, protagoniste del decennio appena passato. 

 

Queste big tech hanno per anni incarnato il “trend rialzista” per antonomasia, ma ultimamente hanno perso un po’ di lustro. 

 

Probabilmente perché il loro trend rialzista decennale si è sostanzialmente fermato, mettendo in crisi il ruolo di “safe haven“, ovvero di titoli nei quali si poteva “stare tranquilli” anche in periodi di tempesta. 

 

E’ normale chiedersi se il “trend FAANG dell’ultimo” decennio sia giunto al capolinea o se possa avere ancora anni di rialzi davanti a sé.

 

I crolli repentini e profondi di Meta e Netflix e il saliscendi delle altre FAANG potrebbero solo essere reazioni al clima negativo, tipico del “mercato orso” che stiamo attraversando. 

 

Oppure, potrebbero essere i primi segnali che il trend è arrivato a maturazione. 

 

Individuare la fine di un trend è tanto insidioso quanto riconoscerne la formazione

 

L’inizio di un trend avviene quando quel particolare tema d’investimento è “snobbato” o “sconosciuto” ai più. Il consolidamento di un trend avviene in modo graduale e non è prevedibile quando potrà subire un’impennata di guadagni e di conseguenza di popolarità (che a sua volta innesca ulteriori guadagni). 

 

Forti rialzi e cospicui guadagni non vengono ignorati a lungo e pian piano il trend diventa sempre più evidente, finendo sui media mainstream e sulla bocca degli investitori. 

 

Quando passa abbastanza tempo, l’asset oggetto del trend viene riconosciuto come scelta d’investimento “sempreverde” e “infallibile”. 

 

A un certo punto, però, anche “il trend” finisce e in genere svolta proprio dopo che la sua “invincibilità” è riconosciuta dalla maggioranza e quando si genera la più acuta euforia sull’asset in questione. 

 

E’ corretto quindi “cavalcare un trend”? 

 

Qual è (e continuerà ad essere) il “tema d’investimento” dei prossimi anni è qualcosa che tutti gli investitori sperano di riuscire ad individuare. 

 

Beccare il prossimo trend è allettante perché potenziale di guadagni ben oltre la media. La parte difficile è (come sempre) quando entrare e quando uscire da un trend (a maggior ragione se si tenta di “cavalcarlo” quando è già iniziato da tempo). 

 

Quindi ricorda sempre che cavalcare un “trend” è un’attività di “speculazione” (non d’investimento) e gli va dedicato il corretto capitale.

 

Riuscire a “cavalcare il trend del prossimo decennio” è un’idea che ci affascina e ci fa sognare. 

 

Un’ambiziosa e, per certi versi, folle idea. 

 

Ma a differenza di chi tratta gli investimenti come “biglietto della lotteria”, tu sai che vanno trattati come “un’attività imprenditoriale”. 

 

Le tue ambizioni non vanno scartate, ma mantieni sempre una “follia ragionata”.

 

Alla prossima,

Francesco

 

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Francesco Arnone