Non basta essere intelligenti per investire bene.

Sempre più contenuti della cultura popolare parlano di soldi e soprattutto del rapporto che le persone hanno con essi.
Come la ormai celebre serie tv sudcoreana di Netflix, Squid Game (esplosa di popolarità proprio recentemente).

Uno dei personaggi secondari è un colletto bianco, che si è laureato in un’accademia prestigiosa e lavora ad alti livelli per un’azienda del settore finanziario.

Quando il protagonista principale (migliore amico d’infanzia del primo) incontra il suo vecchio amico in quel gioco al massacro, gli chiede come fosse possibile per un ragazzo prodigio come lui essere finito in quell’inferno a causa di un debito colossale (6 miliardi di won, ovvero 4,4 milioni di euro).

E il dialogo va più o meno così:

“Ma hai investito in azioni?”
“Le azioni sono roba da poco. Gestivo anche i futures.”.
“I futures? Cosa sono una squadra di basket? In che lega giocano? Che scommessa ci hai fatto con 6 miliardi di won?”

Mi è scappato un sorriso quando il protagonista ha guardato l’altro con un’espressione confusa, del tutto ignaro di cosa fossero i futures.

Io ci sono in mezzo a certi argomenti, ma capita che mi dimentichi che c’è una bella fetta di persone che ha una comprensione dei temi finanziari pari a quella che possono avere di una lingua morta.

A parte questo scambio di battute, quello che mi ha colpito è come questo personaggio, il “più intelligente del quartiere”, che è riuscito ad essere ammesso ad un istituto di prestigio e andare a lavorare per un’importante azienda all’estero, sia finito ancor più infognato nei debiti rispetto agli altri (che partivano da una condizione ben più precaria).
Se non era stupido e non l’ha fatto per questione di necessità, allora come è finito ad accumulare quella colossale perdita finanziaria?

Una momentanea (ma bella grossa) perdita delle facoltà mentali?

In realtà è una cosa molto più semplice ma molto più difficile da affrontare.

La gestione emotiva e il rapporto con i soldi, due aspetti che curo molto all’interno del processo di pianificazione e gestione finanziaria.

Perché, al di là di sapere come “è girato” un grafico e di conoscere il lessico finanziario, la tua reazione davanti ai movimenti di mercato e la disciplina che applichi nella gestione dei soldi è ciò che più conta.

E come avrai già sperimentato non è affatto facile “domare” le proprie emozioni e fare appello alla ragione quando ci troviamo davanti a uno scenario molto sfavorevole (o molto favorevole).

Di recente, ad esempio con il Bitcoin, si è visto cosa significa trovarsi in mezzo ad un titolo in “hype”, che nel giro di pochi giorni registra un rialzo a doppia cifra.

Penserai “Magari accadesse più spesso!”.

Individuare più volte possibile i titoli proiettati ad un rialzo consistente, siano essi azioni o altro, non è sempre possibile (e che si azzecchi un rialzo in così pochi giorni, non è proprio una regolarità).

Ma anche in quello che sembra essere stato un “guadagno facile”, c’è un insegnamento da ricordare per le operazioni future.

Dopo due giorni che investi su un titolo e vedi un +20%, quanto diventa forte la tentazione di metterci altri soldi?

Se si mettessero da parte qualsiasi regole di money management e si fosse lasciati completamente “liberi” nel gestire l’operazione, avresti messo altri soldi? Quanti? Un 3%? Oppure molti di più?

E nel caso tu fossi un investitore già abituato, o abituata, ad usare strumenti a leva, magari ti sarebbe balenato nella mente il pensiero di entrare su quell’azione usando la leva.

Peccato, che poco dopo questo balzo felino, il titolo abbia subito un crollo repentino e quella che è stata un’operazione da chiudere in guadagno, sarebbe potuta diventare improvvisamente una perdita (e magari anche bella grossa).

Non tutti seguono questo treno di pensieri.

Magari il tuo istinto è più conservativo, più incline a chiudere prima che i guadagni vengano “mangiati” da un ribasso, come per paura che te li portino via.

Ma la maggior parte degli investitori in titoli (me incluso) sente un forte sentimento di euforia e di vittoria davanti ad un guadagno così “facile”.

Così “facile” da sentire rammarico per non averne investiti di più e così la voglia di “recuperare terreno” rischia di spingere a fare il passo più lungo della gamba, dimenticando tutte quelle regole di money management che si era giurato di seguire.

Com’è che si dice? Al cuor non si comanda! Ma a quanto pare nemmeno al cervello.

Infatti, per nostra stessa natura siamo indirizzati verso certe reazioni comportamentali.

Hai presente la dopamina, l’adrenalina e le endorfine?

Senza la pretesa di essere esaustivo; la dopamina è il cosiddetto “ormone dell’euforia” perché tutto ciò che ci dà appagamento e gratificazione ne fa aumentare i livelli.

L’adrenalina è invece un ormone legato allo stress, ma non per questo è necessariamente negativo.
Infatti, ci permette di reagire ad un potenziale pericolo nel giro di pochi secondi. Come quando dopo un incidente, passato un momento di choc iniziale, agisci con lucidità e riesci a mobilitare riserve di energia che non pensavi nemmeno di avere.

Mentre, le endorfine sono chiamate “l’ormone del benessere” perché hanno un potente effetto analgesico ed eccitante.

Durante situazioni particolarmente stressanti il nostro organismo cerca di difendersi rilasciando endorfine, che aiutano a sopportare meglio il dolore e influiscono positivamente sul nostro stato emotivo.

Queste reazioni chimiche, che il nostro organismo ha sviluppato per rinforzare quei comportamenti che soddisfano i nostri bisogni primari (bere, mangiare, dormire e così via), agiscono anche su altri comportamenti che non hanno nulla a che fare con la nostra “sopravvivenza” in senso stretto.

Come la gestione di un’entità astratta e del tutto convenzionale quale è il denaro.

Queste reazioni si sono evolute per migliorare globalmente la nostra vita, ma sono deleterie per gli investitori perché in grado di “influenzare” l’operatività sui mercati.

Il dolore che proviamo quando perdiamo denaro è comparabile al dolore fisico provocato da una ferita (lo abbiamo sperimentato tutti in prima persona).

Non ce ne rendiamo conto ma quando veniamo psicologicamente feriti dai mercati, il nostro organismo produce endorfine per alleviare il nostro dolore.

E per fare in modo di agevolare questo processo di sollievo, potremmo essere propensi a mantenere e incrementare posizioni in perdita per abbassarne il prezzo (che a sua volta riduce il dolore psicologico della perdita).

Oppure ancora, il nostro organismo potrebbe finire per produrre in via indiretta anche della dopamina, che in genere risponde ad uno “stimolo” positivo (come un investitore che si sente carico, guardando il suo portafoglio in guadagno).

Ma troppa dopamina potrebbe indurci a seguire dei comportamenti “irrazionali”, come l’assunzione di posizioni estremamente rischiose.

E dove mettiamo la cosiddetta “scarica di adrenalina” che proviamo quando chiudiamo un’operazione in guadagno?

Altro che giro sulle montagne russe!

Non voglio certo ridurre l’importanza della preparazione “tecnica“, che anzi serve a limitare il più possibile gli effetti negativi delle nostre reazioni di fronte ai movimenti di mercato.

E di certo non sostengo che siamo esseri puramente istintivi e biologicamente programmati a comportarci sempre in uno stesso modo!

Ognuno di noi ha una personalità, ha un bagaglio di esperienze pregresse e segue un processo di ragionamento personale.

Ma rimane fondamentale coltivare una sempre più profonda consapevolezza della nostra natura di umani razionalizzanti prima e di investitori poi.

Finché i mercati non saranno completamente in mano alle macchine, la competizione sui mercati finanziari sarà espressione di emozioni umane come avidità e paura, esaltazione e depressione.

Una competizione che vede prevalere una ristretta categoria di persone, particolarmente dotate della capacità di evitare l’attivazione della chimica delle emozioni, in presenza di guadagni o perdite di denaro.

Una sorta di investitori “asceti”.

Solo che invece che condurre una vita austera e praticare il digiuno spegnendo il bisogno della fame, cercano di spegnere le reazioni di paura e euforia che i movimenti di mercato naturalmente ci provocano.

Si tratta di un compito complesso perché le emozioni non si spengono con il click di un interruttore.

Ed è difficile anche perché il denaro permea ogni aspetto della nostra vita e ciascuno di noi dà ai soldi un significato diverso.

Dare accesso a un nostro caro malato alle cure più avanzate, far vivere la propria famiglia in un’abitazione confortevole, aiutare chi è meno agiato di noi o permettersi qualche vizio in più (siamo umani, un po’ di egoismo non guasta).

Nella relazione che abbiamo con i soldi entrano in gioco una varietà di fattori.

La personalità, lo “stadio di vita”, il contesto familiare, i comportamenti che si osservano dagli altri e così via.

Insomma, quello che proviamo e sentiamo quando guadagniamo, spendiamo, risparmiamo e investiamo non è affatto secondario.

Per questo è importante avere una solida pianificazione finanziaria e una corretta strategia d’investimento, prima di avventurarsi in tatticismi.

Perché l’investimento in prodotti di nicchia, in singoli titoli o in trend del momento è in grado di tirar fuori luci ed ombre del rapporto che abbiamo col denaro.

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