Il ruolo dei beni rifugio.

Nelle fasi di mercato dominate dalla volatilità e dall’incertezza gli operatori finanziari tengono premuto il bottone “risk off”, in questi momenti si verifica una situazione per certi versi piuttosto prevedibile: pochissimi asset salgono, alcuni tengono, tutto il resto viene giù.

In questo contesto, la curiosità e l’attenzione di molti risparmiatori si spostano proprio su quelle attività finanziarie che beneficiano del trambusto, con l’obiettivo di trarne profitto o quantomeno di arginare il drawdown (ovvero il minor valore) del portafoglio.

Quali sono questi asset?

In questo particolare momento, dove sta imperversando la guerra, sono due: oro e materie prime.

Storicamente, l’oro rappresenta un rifugio per gli investitori durante i periodi di puro rischio: le quotazioni hanno subìto un’accelerazione nella crisi finanziaria del 2008, così come in quella del debito sovrano europeo del 2011 e allo scoppio della pandemia nel 2020.

In queste settimane l’ascesa del metallo prezioso è in ogni caso meno intensa ma positiva; dall’inizio dell’anno, fino al momento in cui sto scrivendo, sta guadagnando circa il 10% (Gold Fixing sulla piazza di Londra, al 08.03.2022).

Se invece guardiamo le materie prime, la premessa da fare è che all’interno di questa assetclass ci sono situazioni e caratteristiche estremamente eterogenee. Se vediamo l’indice più noto e diffuso, il CRB Core/Commodities, all’interno del quale il peso maggiore è rappresentato da petrolio, gas naturale e alcune materie prime agricole (soia e mais, nello specifico): ebbene, dall’inizio dell’anno l’incremento dell’indice è pari al 50%.

Guardando al recente passato noterai come oro e commodities si siano disimpegnate meglio delle altre assetclass: qui sotto, nel grafico, puoi vedere il rendimento dell’ultimo anno a confronto con l’azionario globale e l’obbligazionario governativo, sia americano che europeo.

Tuttavia, se utilizzi un orizzonte temporale più significativo, il tenore delle considerazioni cambia completamente.

Questi sono i risultati su un orizzonte di dieci anni con rendimenti cumulati.

Una discreta differenza, no?

Vale la pena quindi evidenziare alcuni importanti aspetti che emergono da questo confronto.

Il primo: guardare i rendimenti di breve termine aiuta a capire l’umore del mercato su un asset, non il valore che può generare. Se basi le tue scelte su una serie storica ridotta rischi di fare delle considerazioni fallaci, per il semplice fatto che nel breve periodo le quotazioni sono spinte non tanto (o non solo) dalla qualità dei fondamentali di un asset, quanto piuttosto dalla congiuntura del momento. Paura ed euforia, incertezza e overconfidence sono stati d’animo contrastanti che condizionano molto i movimenti di breve, ma che tendono a scomparire sui risultati di lungo.

Il secondo: la pazienza è una virtù che non è richiesta solo a chi investe in azioni. Solitamente si è portati a pensare che soltanto l’investimento in capitale di rischio (cioè in azioni) comporti la necessità di rimanere investiti molto a lungo. Non è così. Se avessi investito in oro nel 2012 (in quel periodo eravamo nella fase ancora della crisi del debito europeo), saresti entrato su livelli che poi il metallo giallo è stato in grado di recuperare non prima del 2020: circa 8 anni di attesa. Ancora più pazienza è servita se avessi investito nel paniere di commodities: appena ora, dopo la forte ascesa degli ultimi 12 mesi, le quotazioni hanno superato il livello raggiunto dieci anni fa.

Il terzo: se un asset ha ottenuto rendimenti modesti, non significa che abbia un’utilità modesta. La costruzione di un portafoglio è un processo, un processo per il quale serve un metodo ben strutturato. E’ ben diverso dal semplice assemblamento di strumenti finanziari. Quando costruisco un portafoglio nell’assetallocation tengo sempre conto del comportamento tra coppie di attività finanziarie – ovvero il coefficiente di correlazione lineare. Perché è indispensabile tenerne conto se si vuol generare valore in termini di riduzione del rischio.

A questo proposito è interessante approfondire la questione, analizzando nel dettaglio l’andamento reciproco di oro e materie prime nei confronti delle altre assetclass.

Vediamo allora il coefficiente di correlazione espresso dalle materie prime e dall’oro rispetto agli altri mercati, prendendo come riferimento gli ultimi cinque anni.

Il coefficiente si muove tra un minimo di -1 (perfetta correlazione inversa; quindi un asset sale l’altra scende) e +1 (perfetta correlazione diretta; quindi, tutte le asset seguono lo stesso andamento, positivo o negativo). 

Quali sono le conclusioni da trarre alla luce di quest’analisi?

Anzitutto che al netto di particolari momenti (come ad esempio quello attuale), oro e materie prime non sono attività in grado di generare nel lungo termine performance significative per l’investitore medio.
È anche logico che sia così.

L’oro ha dalla sua il fatto di essere una risorsa scarsa e unanimemente riconosciuta come riserva di valore in tutto il mondo; questo connotato di prudenza lo rende attraente, soprattutto in determinati frangenti, ma al tempo stesso incapace di generare un ritorno consistente in termini reali.

Le materie prime vivono invece di equilibri precari di vario tipo (economico, atmosferico, geopolitico) che le espongono ad eventi esogeni, ma anch’esse non hanno un’attitudine a produrre valore nel tempo, se confrontate con quanto si verifica mediamente nell’investimento azionario.

Ciò premesso, l’utilità di entrambi nel processo di diversificazione è indubbiala correlazione tra queste attività e le più tradizionali assetclass (azioni ed obbligazioni) è mediamente bassa, talvolta anche negativa, e per questo genera una riduzione della volatilità in un portafoglio che le include.

Uno dei più celebri investitori contemporanei, Ray Dalio, costruì anni fa il cosiddetto portafoglio AllWeather, che rappresenta oggi la più nota declinazione del concetto di diversificazione. Tant’è che l’allocazione suggerita in questo approccio prevede di unire le due componenti viste (oro e materie prime) ai tradizionali investimenti in obbligazioni ed azioni, in modo da ridurre la volatilità e cogliere al tempo stesso valore dall’economia reale.

Quando si costruisce un portafoglio, processo assai impegnativo, va tenuto conto anche di tutto questo… ma senza eccessi: i driver di guida principali, come sempre, sono i tuoi reali bisogni ed i tuoi obiettivi.

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