Tutto il mondo ne parla.

TUTTO IL MONDO NE PARLA

Il “velo di Maya” è un’espressione coniata dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, derivante dalla cultura induista.

Esso consiste nell’illusione che impedisce all’essere umano di fare esperienza della verità.

Per Schopenhauer, il velo rappresenta ciò che nasconde la realtà delle cose e per questo deve essere sollevato.

Siamo arrivati a questo punto sui mercati finanziari?

È stato sollevato il velo di Maya e stiamo pagando il conto di anni di denaro facile?

Non possiamo saperlo con certezza; tuttavia, possiamo affermare che questa prima parte del 2022 è stata molto difficile per i mercati finanziari.

In particolare, sono 3 gli elementi scomodi di cui tutto il mondo finanziario non fa che parlare:

  • l’inflazione;
  • le politiche monetarie restrittive;
  • lo spread che risale.

Analizziamoli uno ad uno.

  • INFLAZIONE

L’Istat ha rilevato che in Italia l’inflazione ha raggiunto a maggio il 6,8%, mentre in Europa è ormai salita sopra l’8%.

In USA le cose non vanno meglio: l’inflazione è infatti arrivata all’8,6%, toccando un nuovo record dal 1982.

Per capire nella pratica le conseguenze dell’inflazione, qui sotto puoi vedere gli effetti devastanti che può avere un’inflazione del 6% (valore più basso rispetto all’ultimo dato rilevato in Italia) su ipotetici 100.000 euro depositati.

  • POLITICHE MONETARIE RESTRITTIVE

Proprio per evitare un aumento incontrollato dell’inflazione, le banche centrali sono costrette, dopo 15 anni caratterizzati da una politica monetaria espansiva senza precedenti, ad alzare i tassi d’interesse.

La FED ha deciso di accelerare ulteriormente questa politica monetaria restrittiva iniziata a marzo di quest’anno aumentando, nell’ultima riunione di giugno, i tassi di interesse di 75 punti base.

Non è mancata la decisione della BCE, la Banca Centrale Europea, che ha reso nota la sequenzialità degli interventi futuri: dal 1° luglio verranno sospesi gli acquisti di titoli di debito e nella riunione del 21 luglio verrà deliberato l’aumento dei tassi di interesse nella misura di 25 punti base.

A noi questa decisione interessa eccome.

Per quale motivo?

A differenza delle altre banche centrali, la BCE deve tenere conto del rialzo dei tassi di interesse e dell’interruzione dell’iniezione di liquidità, perché questo mette a rischio i Paesi a maggior debito pubblico, come l’Italia.

In passato, abbiamo infatti già sperimentato i contraccolpi che rischiamo di subire a fronte di qualsiasi manovra di inasprimento della politica monetaria.

In particolare, quando le banche centrali, dopo la crisi dei mutui subprime, cercarono di mettere una toppa attraverso salvataggi pubblici e politiche di espansione monetaria fortissime (tassi a zero e stampa di moneta).

Questi salvataggi misero a rischio i bilanci pubblici di alcuni paesi europei innescando così un’altra crisi in Europa, ovvero la crisi del debito sovrano che portò l’Italia, nel 2011, sulla soglia del fallimento.

Tornando ad oggi, i massicci acquisti di Titoli di questo decennio, da parte delle banche centrali, sono stati solo un anestetico.

Un costosissimo anestetico nell’ordine di trilioni di dollari.

Nello specifico:

  • 8,9 trilioni per la FED (linea rossa)
  • 9,4 trilioni per la BCE (linea blu)

5,5 trilioni la Banca Centrale Giapponese (linea verde)

Insomma, non è stata messa in campo nessuna vera cura, ma è stato dato solo un calcio in avanti al barattolo per posticipare il vero problema, che oggi si sta riproponendo.

  • SPREAD BTP

Dopo diverso tempo è ritornato sulla scena il nostro caro spread.

La settimana scorsa ha toccato il picco di 237 punti base, che non raggiungeva dal periodo Covid (per rendere bene l’idea, il 12 maggio di quest’anno era a quota 92).

Ma cos’è davvero lo spread?

E che cosa, riguardo a questo spread, dovrebbe interessarci veramente?

Lo spread è la differenza tra il rendimento del BTP a 10 anni italiano e il Bund a 10 anni tedesco.

Esempio: se lo spread è a 240 punti base, significa che il BTP italiano rende il 2,4% in più del suo cugino Bund.

“Ok, ma allora questo significa che è buono, perché rende di più, giusto?”

Non corriamo, perché bisogna tenere a mente il concetto di rischio-rendimento.

Se uno Stato viene visto come “meno sicuro”, come l’Italia rispetto alla Germania, gli investitori chiederanno un rendimento maggiore a fronte del maggiore rischio che si accollano.

Il punto è che la scorsa settimana il rendimento del decennale italiano è arrivato a toccare il 3,8%, un livello che non vedeva dal febbraio del 2014 e superiore all’impennata vista nel 2018, anno in cui il differenziale subì gli effetti dell’incertezza politica del nostro Paese.

A ciò si aggiunge che all’aumento del rendimento, si abbassa anche il prezzo del titolo di Stato.

Ed è quello che sta succedendo adesso.

Ma perché l’aumento dello spread è di nostro interesse?

Perché l’aumento dello spread comporta un aumento del costo del debito pubblico.

Quando infatti lo Stato emette i nuovi BTP caratterizzati da rendimenti più alti, significa che deve pagare di più chi possiede i nuovi titoli.

Quindi, non è tanto il valore dello spread a dover preoccupare, quanto il tasso di interesse dei titoli di Stato italiani.

Anche di questa situazione abbiamo già avuto un assaggio nel 2011.

Nel novembre del 2011, la vendita massiccia di titoli di Stato italiani portò il Btp italiano a
10 anni a rendere oltre il 7%: una situazione totalmente insostenibile per le finanze
pubbliche italiane.

Lo spread non conta dunque nulla in sé, ma quello che deve interessare è, invece, quanto costa il debito pubblico.

“Rimborsarlo” (o meglio, pagarne gli interessi) al 7% è molto peggio che rimborsarlo all’1%.

E come se non bastasse, l’aumento dello spread aumenta anche la percezione del rischio fallimento di un Paese, che si traduce in meno investimenti esteri sia sui mercati che nell’economia reale.

Oggi siamo a rischio come accadde nel 2011?

La realtà è che nessuno ha la più pallida idea di come sarà il futuro e provare a fare previsioni è del tutto inutile.

Tuttavia, possiamo prepararci per l’imprevedibile.

“Non esistono portafogli invulnerabili alla volatilità” – scrive il professor Paolo Legrenzi – “esistono però portafogli che diventano anti-vulnerabili quando, piuttosto che scansare gli inevitabili momenti negativi o fortemente negativi dei mercati, si preparano al peggio, predisponendo opportune difese.”

E questo è esattamente ciò che facciamo (se tu che stai leggendo sei un/una mio/mia assistito/a) o che devi fare (se non sei assistito/a da me), dove le nostre difese contro l’imprevedibilità dei mercati sono la diversificazione, la decorrelazione e il tempo.

Ci saranno sempre eventi tragici e scenari profondamente negativi.

Occorre solamente prepararsi per affrontare la propria vita finanziaria con responsabilità e individualità, evitando così di stare dalla parte dei perdenti durante gli eventi epocali che cambiano il corso della storia.

Alla prossima,
Francesco

 

 

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